venerdì 26 febbraio 2010

La sicurezza del territorio è una delle priorità di questo paese


Da Liberazione di venerdì 26 febbraio 2010
La sicurezza del territorio è una delle priorità di questo paese

L’Italia è un paese che ha bellezze naturali spesso incomparabili con quelle di altre aree del mondo. Un patrimonio che però si va via via sempre più depauperando a causa di scelte ignobili fatte dalla cattiva politica e dalle commistioni con i comitati d’affari, la lobby del cemento e le mafie sempre pronte a fare scempio del territorio pur di lucrare. Un intreccio perverso in cui sguazza e si pasce la borghesia mafiosa. L’Italia è infatti anche il paese dove il 70 % dei comuni è a rischio idrogeologico, come conferma il rapporto Ambiente Italia 2010 recentemente presentato da Legambiente.
I dissesti idrogeologici, e le catastrofi naturali, anche in considerazione dei cambiamenti climatici in atto rappresentano una delle principali priorità della agenda politica non solo a livello nazionale e locale. E purtroppo suscitano anche appetiti da sciacalli, come si è visto anche col caso del terremoto dell’Aquila.
In Italia da decenni i dissesti idrogeologici, in particolare frane e inondazioni, determinano ingenti perdite di vite umane e frequenti distruzioni di insediamenti, infrastrutture, attività sul territorio e beni culturali. La loro prevenzione e gestione dovrebbero quindi avere una priorità nell’agenda politica. Le notevoli risorse finanziarie pubbliche spese negli ultimi anni non sono di fatto riuscite a ridurre i rischi. Questo dimostra le gravi carenze strutturali della gestione dei territori e soprattutto l’insufficienza dell’agire in stato di emergenza ed è forse dovuto in particolare, come stiamo vedendo con chiarezza oggi, alla precisa volontà politica di operare in emergenza, così da aggirare le norme e poter utilizzare metodi più sbrigativi per gestire affari evitando pastoie burocratiche. Tutto ciò anche a costo di maggiori esborsi e di minori controlli sulla qualità degli interventi e sulla legittimità delle decisioni. E tutto soprattutto senza la ben più lungimirante politica di programmazione del risanamento e di prevenzione del dissesto idrogeologico in atto.
Tocca alla politica mettere fine alle cattive urbanizzazioni, al malgoverno dei bacini fluviali, alla debolezza della lotta contro la deforestazione e l’inquinamento industriale.
Come Federazione della Sinistra nelle regioni in cui andremo a governare e anche in quelle in cui saremo all’opposizione, dobbiamo essere quindi in grado di mettere in atto proposte sulle politiche regionali in materia di dissesto idrogeologico e di mantenere alta l’attenzione dei governi locali sul problema, cercando così di evitare di agire dopo l’ennesimo dramma.
Ricordiamo che si parla di 5581 i comuni, pari al 70 per cento del totale, a potenziale rischio elevato. Sempre come Federazione della Sinistra e come Rifondazione, con i nostri circoli ed i nostri militanti, dobbiamo essere dunque delle sentinelle, delle antenne pronte a captare i segnali di guasto, a monitorare il territorio, a segnalare, denunciare, proporre soluzioni anche in termini di cifre da stanziare.
Dal 1998 al 2007 la spesa per il ripristino delle aree colpite dai principali eventi alluvionali è stata di oltre 10 miliardi di euro. Una stima del 2003 fatta dal ministero dell'Ambiente quantificava in 43 miliardi di euro i fondi necessari per mettere in sicurezza i territori individuati a rischio frane e alluvioni. Il sottosegretario Guido Bertolaso dopo la tragedia che ha colpito il messinese ha parlato di 25 miliardi, mentre il suo collega di governo Altero Matteoli li quantificava a 35. Insomma dalle parti dell’esecutivo nemmeno su questo grave tema hanno le idee chiare.
Resta il fatto che per affrontare il problema servono enormi risorse che non si trovano con i proclami o con la spettacolarizzazione. Si potrebbe però ad esempio pensare di toglierle dalle tante opere inutili e disastrose per il territorio che l’attuale governo cerca di portare avanti.
E’ ora di dire basta alle tragedie annunciate. Sarno, Soverato, la Versilia, e più recentemente Giampilieri e Scaletta Zanclea, nelle menti degli italiani appaiono come sinonimi di tragedie evitabili. Questi eventi luttuosi sono la dimostrazione che la messa in sicurezza del territorio è una delle priorità di questo paese, la vera grande opera pubblica verso cui convogliare risorse, competenze, progetti, investimenti.
Le tragedie servano almeno da monito per il futuro. Non si dovranno più ripetere simili disastri ambientali. Si punti quindi con forza su un intervento pubblico che metta al centro un impegno deciso sul versante del rischio idrogeologico e della difesa del suolo.

Maria Campese
Segreteria nazionale Prc
Resp. Dip. Ambiente, Territorio e Beni comuni

giovedì 25 febbraio 2010

No alla centrale a biomasse. Sì all'energia pulita


La Federazione della Sinistra, coordinamento provinciale di Barletta-Andria-Trani, ha convocato in data 08.02.2010 una conferenza stampa sulle ipotesi di costruzione di centrali a biomasse, con la presenza di Maria Campese (segreteria nazionale del Partito della rifondazione comunista – componente consiglio nazionale della Federazione della sinistra) e Sergio Evangelista, consigliere provinciale della Federazione della Sinistra.
Circa l’ipotesi di costruzione di ben 4 impianti a biomasse nel solo territorio della BAT (sono oltre 400 quelli richiesti a livello regionale) il consigliere Evangelista ha votato favorevolmente l’ordine del giorno presentato al Consiglio provinciale che affermava l’illegittimità del percorso finora fatto per l’approvazione di tali impianti, poiché è il Consiglio provinciale della Bat organo deliberante in tal senso.
Al di là dell’iter seguito, sia Maria Campese, sia Sergio Evangelista hanno sottolineato che:
• Non si tratta di energia pulita. Le emissioni della centrale a biomasse sono estremamente pericolose per l’uomo, procurando tumori e danni genetici. In questo senso vi sono studi e ricerche, e quindi per chi volesse potrebbe documentarsi prima di fare illazioni sulla innocuità di tali impianti.
• Se pure le emissioni fossero zero, la materia prima non si trova in loco ma va importata da Africa e Asia, costringendo le popolazioni di quei luoghi al disboscamento e alla coltivazione di colture finalizzate alla produzione di oli. Inoltre il trasporto del combustibile comporterebbe l’inquinamento dei mari, l’inquinamento dei territori per il trasporto su gomma con autocisterne, lo spreco di risorse combustibili fossili (carburanti) per il funzionamento di navi e camions.
• L’interesse a costruire centrali a biomasse nasce dai contributi pubblici (prelevati dalle nostre tasche attraverso la voce CIP6 nelle bollette), tanto elevati da quasi raddoppiare il costo di costruzione dell’impianto, con un profitto quasi del 100% del capitale investito (per fare un esempio, su un costo di costruzione di E. 250 milioni, nel giro di qualche anno vengono erogati contributi di E. 400 milioni). Niente male come affare!
• Impianti di tale natura compromettono in maniera irreversibile l’economia agricola, la vocazione turistica ed agro-alimentare dei territori, la salute dei cittadini.
• La regione Puglia produce energia elettrica in quantità superiore al proprio fabbisogno, energia che non viene neanche immessa tutta nella rete di distribuzione elettrica, poiché tale rete, obsoleta, non riesce ad assorbirne in quantità maggiore a quella che già trasporta.
• Inoltre questi tipi di impianti, per esperienza già vissuta in altri luoghi in cui sono stati installati, con il tempo vengono trasformati in veri e propri inceneritori, con produzione di diossine e altre sostanze tossiche, magari con lo spauracchio dell’”emergenza rifiuti”.

LA NOSTRA PROPOSTA
La Federazione della Sinistra propone che:
• Si utilizzi la vera energia pulita, quella del sole. Si impiantino su tutti gli edifici: pubblici, industriali ed abitativi, pannelli fotovoltaici (che producono energia elettrica) e pannelli termico-solari (che provvedono al riscaldamento-refrigerazione e produzione di acqua calda). Così facendo tutti i cittadini non avrebbero più bollette energetiche da pagare (luce e gas), ma anzi potrebbero averne un guadagno. Inoltre si creerebbero possibilità lavorative per l’estesa installazione e manutenzione di tali impianti.
• Che si avvii da subito una campagna intensiva di informazione invitando i cittadini ad avere una serie di precauzioni per il risparmio energetico. E’ stato dimostrato che se tutte le lucine dei nostri elettrodomestici quando non sono in funzione venissero spente, in tutta Italia se ne avrebbe un risparmio energetico pari alla produzione di energia elettrica delle 4 centrali nucleari che il governo ha affermato voler costruire.
• Per evitare la strumentale emergenza rifiuti, si avvii da subito una campagna informativa sulla quantità di rifiuti prodotti (imballaggi, contenitori,….) e si promuova ovunque la raccolta differenziata con il ‘porta a porta’ con riuso, recupero e riciclo dei materiali, con un risparmio notevole di risorse e la possibilità di dare risposte occupazionali. E’ dimostrato che per ogni unità lavorativa impiegata nell’inceneritore se ne impiegano 20 nella raccolta differenziata ‘porta a porta’. Ci sono oramai diversi comuni che si stanno avvicinando all’obiettivo ‘rifiuti zero’, per esempio Capannori.
• Quindi una oculata politica ambientale, attenta alle forme di energia usate e basata su politiche di contenimento dei rifiuti, dà una forte risposta occupazionale e si coniuga armoniosamente alle vocazioni turistico ed agro-alimentari dei nostri territori.
Non è dato a sindaci ed amministratori della cosa pubblica l’ignoranza. Se non si hanno competenze si ha il dovere di informarsi e fare scelte conseguenti che salvaguardino il bene collettivo, e non l’interesse di pochi, spregiudicati imprenditori.
Si avvii da subito una consultazione ampia delle popolazioni, informandole correttamente, anziché fare scelte, isolate, nelle segrete stanze.

Barletta, 08 febbraio 2010
Maria Campese

No Ogm


No Ogm

Una sentenza preoccupante quella del Consiglio di Stato che, di fatto, autorizza la coltivazione nel nostro territorio del mais 810, l'unico prodotto transgenico autorizzato per la coltivazione in Europa. Tale prodotto tra l'altro è stato bandito da molti paesi dell'Unione Europea quali: l'Austria, l'Ungheria, la Germania, Grecia e Lussemburgo, in base al principio di precauzione a tutela della salute dei cittadini. Accogliendo il ricorso di Futuragra, l’associazione degli imprenditori agricoli che vogliono coltivare il mais, i giudici amministrativi hanno ordinato al ministero dell' Agricoltura di concludere il procedimento di istruttoria e di autorizzazione alla coltivazione del mais geneticamente modificato che sia stato già autorizzato a livello comunitario senza attendere la decisione delle regioni sui cosiddetti piani di coesistenza, come invece previsto dall'iter tracciato dal decreto legislativo 212/ 2001 dell’allora ministro Gianni Alemanno. Un sentenza che va contrastata al di là delle rassicurazioni di queste ore del ministro Zaia giacché è noto che la maggioranza del governo esprime di fatto una posizione e una cultura favorevole agli OGM. L'apertura agli OGM è un rischio per la salute dei cittadini, per la tracciabilità dei prodotti, per la sicurezza e la qualità alimentare, per la salvaguardia della biodiversità. E' evidente che il modello produttivo a cui tende l' utilizzo di organismi geneticamente modificati sia il nemico mortale della tipicità dei nostri prodotti agricoli di eccellenza di un’agricoltura legata alla storia, alla cultura, alle tradizioni del nostro paese. E' un ulteriore regalo alle multinazionali. Una deriva che va combattuta e che, però, difficilmente può essere fermata, se non si assume un punto di vista alternativo al modello dominante, al capitalismo, un punto di vista che parla di un altro modello, di altri valori, in cui il profitto come fine in sé viene dopo la qualità ambientale, la certezza della salute dei cittadini, la giustizia sociale.
Tale deriva si contrasta se si sostiene realmente l'agricoltura italiana, soprattutto quella delle piccole e medie aziende agricole oggi strette nella morsa di una crisi soffocante. Occorre dar vita a politiche anti crisi finalizzate a bloccare le vendite all'asta delle aziende fallite, a congelare i debiti delle stesse contratti con le banche e soprattutto dare vita a un piano di investimenti pubblici nel settore agricolo. Occorre incentivare sempre di più lo sviluppo della filiera corta con vantaggi certi per la qualità delle produzioni e il rispetto dell’ambiente, facilitare l'accesso al credito delle piccole aziende. Occorre sopratutto affermare e praticare con politiche adeguate l'idea della sovranità alimentare di ogni paese. Le prossime elezioni Regionali devono essere l'occasione per determinare programmi chiari e atti conseguenti in questo senso e affermare la netta contrarietà all’utilizzo degli OGM. Sosteniamo le continue mobilitazioni degli agricoltori, numerosissime negli ultimi tempi, che hanno ripreso protagonismo e capacità di iniziativa politica volta a far dichiarare lo stato di crisi nelle regioni più colpite, a richiedere la moratoria sui debiti contratti dalle aziende, a ribadire la necessità di una sovranità alimentare di ogni paese e della qualità delle produzioni. Mobilitazioni importanti perché ci dicono di una presa di coscienza alternativa alla logica neoliberista.

Maria Campese – segreteria nazionale – responsabile nazionale Ambiente, Territorio e Beni comuni
Giacomo Marchioni – responsabile nazionale settore Agricoltura e Parchi

Nucleare, Campese (Prc): “Invece di puntare sulle energie pulite, il governo conferma scelta pericolosa e costosa”


ROMA – 10 feb. “Un ritorno al nucleare è scientificamente inconsistente, molto costoso e contraddice il referendum popolare del 1987. Purtroppo la decisione di oggi è l’ennesima dimostrazione che il governo fa sul serio e si avvia a prendere questa strada carica di conseguenze nefaste per la collettività”. Lo ha affermato Maria Campese, della segreteria nazionale del Prc e responsabile del Dipartimento Ambiente, territorio e beni comuni, alla luce del via libera dato stamattina dal Consiglio dei ministri al decreto legislativo che comprende i criteri per la scelta dei luoghi in cui nasceranno, le centrali nucleari. Si tratta – spiega Campese – di una violazione dei principi minimi di democrazia (si calpesta il referendum del 1987) e di un ritorno ad un passato carico di insicurezza per i cittadini (gli incidenti sono all’ordine del giorno, il problema delle scorie non è stato mai risolto). “Invece di puntare sulle energie pulite, sulle fonti rinnovabili, che potrebbero essere il fulcro di nuova occupazione si continua a giocare sulla pelle di cittadini e lavoratori. Per questi motivi, come Federazione della Sinistra, insieme ai cittadini, ai comitati ed altre forze politiche e sociali, costruiremo quel percorso referendario che ci porterà a sconfiggere i progetti del governo e di chi sta dietro questa operazione”.

Maria Campese
Segreteria nazionale Prc
(Resp. Dipartimento Territorio/Ambiente)

mercoledì 24 febbraio 2010

Acqua bene pubblico: manifestazione il 20 marzo Noi non ci fermeremo!


Maria Campese*
Abbiamo gridato giù le mani dall'acqua, nei territori, nelle piazze, davanti al Parlamento, nelle istituzioni. Tuttavia non è bastata nemmeno la grande indignazione popolare per bloccare il processo di privatizzazione dell'acqua contenuto nel decreto "salva infrazioni" approvato nei mesi scorsi dal Parlamento. Un provvedimento iniquo che nei fatti impone ai Comuni l'affidamento della gestione dei servizi pubblici a rilevanza economica ai privati o a società a capitale misto, purché partecipino a gare ad evidenza pubblica.
Noi che da sempre ci battiamo in favore dell'acqua come bene comune, per una gestione pubblica e contro ogni tentativo di privatizzazione, non ci fermeremo di fronte alle decisioni prese dal Parlamento ed impartite dalle multinazionali dell'acqua e da qualche spregiudicato speculatore. Già subito dopo il via libera al provvedimento, come Federazione della Sinistra e d'accordo col movimento, abbiamo deciso di promuovere una serie di azioni e tra queste anche la costruzione, nel mese di gennaio, di tre appuntamenti seminariali sul tema dell'acqua, con la presenza come relatori dei compagni del Forum dei movimenti in difesa dell'acqua pubblica. Si è trattato di tre incontri di formazione con i quali siamo riusciti a coprire l'intero territorio nazionale (Bologna, Roma e Bari) ed ai quali hanno partecipato un totale di 150 fra compagne e compagni, molte/i delle/i quali presenti in enti locali. E sono numerose le forme di azione intraprese nei consigli comunali e nelle giunte e avviate per evitare di cadere nella trappola della privatizzazione, dalla presentazione di ordini del giorno alle delibere di giunta, e nei mesi scorsi, durante le riunioni del Comitato politico nazionale di Rifondazione Comunista, il partito aveva già impegnato i rappresentanti istituzionali del Prc a promuovere atti volti all'inserimento negli Statuti comunali di una specifica formulazione per definire il servizio idrico integrato quale servizio pubblico locale privo di rilevanza economica.
Ora la mobilitazione dal basso, che abbiamo visto crescere negli ultimi mesi insieme alla consapevolezza della posta in palio, deve proseguire e l'acqua deve essere sottratta alle logiche mercantili fatte a scapito della collettività.
L'acqua è tra i principali costituenti degli ecosistemi ed è alla base di tutte le forme di vita conosciute ed è fondamentale nei suoi diversi usi civili, agricoli e industriali. Per Talete, il primo filosofo della storia, l'acqua era l'arché, il principio di tutto. A queste conclusioni lo portava l'osservazione di quanto gli stava intorno. Stiamo parlando di 600 anni prima della nascita di Cristo. Oggi che ne sappiamo molto di più, che la scienza e la tecnica hanno fornito ulteriori elementi di conoscenza, un bene così importante, essenziale per la vita, per alcuni rappresenta una merce da cui trarre il massimo del profitto.
Il Prc ha nel proprio Dna la battaglia in favore dei beni comuni ed è per una gestione pubblica perché considera l'acqua bene comune, essenziale per la vita. Oggi sulla Terra più di un miliardo e trecento milioni di persone non hanno accesso all'acqua potabile. E sono numeri destinati ad aumentare ed alimentati dalle scelte neoliberiste che determinano mostruose diseguaglianze anche nell'accesso a questo bene.
La mercificazione, mettendo l'acqua nelle mani del profitto, comporterebbe anche tariffe salate.
Una gestione pubblica, efficiente e priva della ricerca a tutti i costi del profitto, è invece utile alla salvaguardia di una comunità contro le politiche di rapina dei territori, tutela il paesaggio ed il sistema idrogeologico. Occorrono anche misure che proteggano le risorse idriche al fine di assicurare una distribuzione di acqua potabile di qualità per tutti e è necessaria una gestione integrata delle acque che preveda anche il riciclaggio e riuso, previa depurazione, delle acque reflue, specie per gli usi industriali. Il contrario dell'operazione portata avanti dal governo.
Sono tanti quindi i motivi che ci portano ad aderire con convinzione all'appello lanciato dal Forum italiano dei movimenti per l'acqua e a partecipare alla grande manifestazione che si terrà il 20 marzo a Roma per ribadire il no alla privatizzazione dell'acqua e per riaffermare che l'acqua è un bene comune.
Il Prc e la Federazione della Sinistra saranno in prima linea per bloccare ogni ipotesi di privatizzazione, insieme alle altre forze politiche e sociali che condividono il percorso referendario. Rifondazione comunista mette quindi a disposizione le proprie strutture per il prosieguo di questa importante battaglia che avrà un primo grande momento importante con la manifestazione del 20 marzo e, subito dopo, con la fase di raccolta di firme che avverrà a partire dal prossimo mese di aprile.
*segreteria nazionale Prc


Da Liberazione del 09/02/2010